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Anatocismo: così ogni anno muoiono migliaia di imprese

Posted by: redazione | Posted on: febbraio 10th, 2013 | 0 Comments

Articolo pubblicato dal quotidiano +Economia.it  e realizzato da Leonardo Lasala –  Amm. Unico N.D.B.C. srl  

In questi giorni la crisi del terzo gruppo bancario italiano, il Monte dei Paschi di Siena, ha conquistato l’attenzione di tutti gli osservatori. Una crisi annunciata forse, ma soltanto oggi in prima pagina. Attenzione però perché rischia di accadere qualcosa di grave: si parla dei problemi della banca e ci si dimentica dei problemi dei clienti della banca e non specificatamente di quelli di MPS ma di tutte le banche.

I giornali tutti i giorni dovrebbero parlare di come il sistema creditizio fa morire le piccole imprese. Ogni bravo osservatore, economico e politico, dovrebbe evidenziare come anche nelle aule di Tribunale non sempre i diritti delle imprese sono tutelati. Cosa accade invece ? Per un mese si parla di MPS , si ipotizzano complotti internazionali, lobby massoniche e combine politiche mentre nello stesso momento, migliaia di piccoli imprenditori vedono fallire il sogno di una vita a causa di anomalie nei rapporti con le banche.  Per ogni impresa che muore, decine di famiglie sono sul lastrico. Non farà forse notizia  ma è lo stato dei fatti e non può più essere ignorato.

Tra i problemi silenti storici del rapporto Banca – Impresa c’è l’anatocismo ossia la capitalizzazione degli interessi sul capitale con la formula composta.  Cosa significa questo in termini pratici? Che ogni imprenditore che ha anatocismo sui propri conti correnti o su un mutuo, non paga l’interesse sulla quota capitale, ma sulla stessa comprensiva di interessi. Dunque si pagano interessi in quantità spropositata e spesso insostenibile.

La questione è già disciplinata dal codice civile, ma in barba a qualsivoglia normativa, in vari modi si è tentato di aggirare quanto previsto dalla norma, applicando ai conti delle imprese questo meccanismo perverso. Un anno fatidico è il 2000, quando con una circolare del Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio, si è prevista la necessità di apposita pattuizione (non retroattiva) per questa modalità di calcolo degli interessi.

Iniziamo dunque a porre un punto fermo: per i contratti bancari stipulati prima dell’entrata in vigore della delibera CICR (parliamo del 9 febbraio 2000) è esclusa l’esistenza di qualsiasi deroga all’art. 1283 del codice civile. E’ dunque nulla, anche in caso di pattuizione, la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi.  Questo significa in termini pratici che su ogni contratto bancario che preveda un periodo ante 2000 è possibile recuperare gli interessi anatocistici versati in surplus e ciò per imprese e consumatori, associazioni ed enti.

Per tutti i contratti parzialmente o completamente post 2000 è necessario verificare se il cliente ha firmato apposita pattuizione. L’onere può essere posto a carico dell’Istituto Bancario, che dovrà provare il proprio diritto attraverso presentazione della documentazione.

La questione è ovviamente molto complicata e tecnica. Ma il principio stabilito rispetto alla nullità ante anno 2000 è riconosciuto in tutti i Tribunali così come in occasione di conciliazione stragiudiziale con gli Istituti.

Torniamo al problema principale: perché tanta attenzione per le anomalie negli interessi in caso di negoziazioni extra bancarie mentre la stessa attenzione non è posta nei confronti delle imprese ? Un’impresa mediamente affidata , in diversi anni di rapporto, matura un vero e proprio “tesoretto” nascosto all’interno del proprio conto corrente e recuperabile se e soltanto se, viene fatta opposizione all’Istituto. Non denunciare significa far prescrivere il diritto decennale al ripristino di condizioni a norma di legge.

Perché tanta ritrosia? Perché mentre le imprese crollano sotto le anomalie del sistema creditizio nessuno grida ad uno scandalo perpetrato negli anni ?  Una cosa è chiara: se non è l’imprenditore a verificare il proprio contratto ed opporsi all’Istituto, ad oggi, nessuna realtà pubblica è in grado di sostenerlo. Le leggi ci sono, ma sono interpretate e tale interpretazione non sempre rispecchia il dettato normativo. 

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