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Contratto di rete: una opportunità per il Sud che vuole competere

Posted by: redazione | Posted on: febbraio 24th, 2011 | 1 Comments

a cura del dr.  Leonardo Lasala – N.D.B.C. srl (Area Direzionale)

I dati economici relativi alla recessione finanziaria sono particolarmente gravosi per il Sud Italia.  In alcune zone la disoccupazione supera la soglia media del 29% arrivando a picchi del 60% con particolare riferimento al mondo femminile.  La rete di piccole e medie imprese che è da sempre propulsore dell’economia nazionale, patisce una crisi finanziaria senza precedenti e si confronta con una finanza privata (banche) e pubblica (Stato) indubbiamente deficitaria.

La rete internet è ricca di giovani che propongono progetti innovativi e che vedono la quasi totale assenza di venture capital in grado di consentire il reale start-up degli stessi.

In questa penuria di reali sostegni allo sviluppo, di tipo cooperativo, normativo, relazionale esiste una recente opportunità che potrebbe realmente cambiare il destino delle piccole realtà: il riferimento è per il CONTRATTO DI RETE.

La disciplina normativa del contratto di rete è contenuta nel citato art. 3, segnatamente nei commi 4-ter, 4-ter.1, 4-ter.2, 4-quater, 4-quinquies, così come modificati dalla L. 23.7.2009 n. 99. (clicca qui)
Di fatto viene riconosciuto giuridicamente lo status di “network” di imprese, che si dispongono a rete per il raggiungimento di una determinata finalità.  Il dettato normativo va a disciplinare solo i contenuti essenziali del contratto stipulato tra imprese, riferendosi espressamente a tutti i diritti ed obblighi che le stesse assumono, lasciando alla libera determinazione delle parti ed alla disciplina generale dei contratti il compito di integrare tutto il resto.
Vista la tendenziale ritrosia del nostro sistema d’impresa nel creare motivi di commistione tra finalità individuale e forme collettive di risoluzione dei bisogni (associazioni, consorzi, etc…) la norma va a sanare questo bug storico della mentalità italiana, riconoscendo l’indipendenza e l’individualità dell’impresa e nel contempo la possibilità di realizzare progetti industriali comuni, diretti in particolare ad accrescere la capacità innovativa e la competitività.
In estrema sintesi dunque, con il contratto di rete, due o più imprese individuano un programma da realizzarsi attraverso un fondo comune, che viene posto a disposizione per il raggiungimento dell’obiettivo. Il fondo viene amministrato da un organo comune ed è l’unica garanzia per ciò che concerne il  fronte terzi, da parte delle partecipanti alla rete.
L‘organo amministrativo diviene fulcro dell’intero schema di contratto, agendo in rappresentanza delle parti aderenti allo stesso, nei confronti di tutto ciò che è all’esterno: Pubblica Amministrazione, sistema creditizio, partners etc…
Assumendo le credenziali di un nuovo soggetto giuridico , la rete può compiere atti e fatti , assumere obbligazioni , negoziare con soggetti terzi. Il tutto attraverso l’organo di rappresentanza e con a garanzia il solo fondo comune. Non esiste dunque commistione tra il fondo comune e le obbligazioni sottoscritte dalle singole realtà.
Come giustamente sottolineato da diversi esperti in materia, il contratto di rete appare l’ideale per coloro che vogliono attraverso un obiettivo comune, abbreviare gli anelli della catena che intercorre tra la creazione di valore ed il raggiungimento del risultato. Più le imprese sono piccole e competitive , più individuando un obiettivo comune diventano superabili le tradizionali barriere all’entrata di sistema.
Diversi giustisti hanno evidenziato come tra i bug legislativi della norma, manchi di fatto il riferimento al c.d. “abuso da dipendenza economica” previsto dall’art. 9 della legge 192/88 .  Di fatto la recente normativa stabilisce i punti salienti del contratto di rete, rinviando poi alla tradizionale disciplina dei contratti , tutte le questioni non espressamente regolamentate.

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