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Modifiche unilaterali delle condizioni bancarie: necessaria la giusta causa

Posted by: redazione | Posted on: febbraio 10th, 2013 | 0 Comments

Articolo pubblicato dal quotidiano +Economia.it  e realizzato da Leonardo Lasala –  Amm. Unico N.D.B.C. srl  

L’attività quotidiana di chi fa impresa è contraddistinta da una serie di rapporti e comunicazioni, che vedono spesso l’imprenditore oggetto di variazioni unilaterali di contratto. Cosa significa questo? In termini pratici equivale ad acclarare un peso specifico “relativo” dell’imprenditore all’interno di quel contratto specifico.

Un tipico esempio di modifica unilaterale di contratto si verifica nei rapporti tra banca ed impresa, nel momento in cui a mezzo posta ordinaria viene notificato al Cliente, una qualsiasi variazione di tassi e condizioni. A questo punto è necessario chiedersi se da un punto di vista normativo questa modifica è legittima.  I giuristi sulla questione (definita “ius variandi”) sono piuttosto combattuti.  E’ bene ricordare che in virtù di quanto stabilito dall’art. 1372 , un contratto ha forza di legge e non può essere sciolto se non in base al mutuo consenso.  Il principio vale sia per l’intero accordo che per  “parti di contenuto” che riguardano l’accordo.  Dunque in linea di massima non è possibile modificare in maniera unilaterale un contratto. Unica eccezione è l’inadempimento, accadimento che da diritto al “danneggiato” a risolvere il contratto.

Perché dunque le banche modificano in maniera unilaterale accordi specifici ?  Il D. Lgs. 141/2010 va ad operare un distinguo tra contratti a tempo indeterminato e contratti a tempo determinato. Per i primi lo ius variandi può riguardare una serie di variabili tra cui prezzi e tassi. Per tutti gli altri  può essere sempre applicata se via sia giustificato motivo. A tutela del consumatore si può affermare senza ombra di dubbio alcuno, che la modifica delle clausole non può configurare in se un “nuovo contratto”.

La normativa appare dunque assai precaria ed attribuisce un potere concreto alla banca, che in caso di giusta motivazione, può stravolgere qualsivoglia condizione contrattuale.

Ora giuridicamente non è chiarito se tali motivazioni siano da collegarsi a fatti interni (modifica del rating di un cliente o linea direttiva dell’Istituto) o a valutazioni di mercato. Grande discrezionalità è lasciata dunque al giudice che in caso di contenzioso può valutare in maniera soggettiva il fatto ed effettuare delle valutazioni.

Controversa, a parere di chi scrive, l’ipotesi di rifarsi all’Arbitro Bancario, trattandosi di una realtà di grande spessore tecnico ma ad ogni modo connessa al settore bancario e dunque in grado di lasciare potenziali  dubbi in tema di imparzialità sulle interpretazioni.   

I recenti contenziosi tra banca ed imprese, fa emergere quotidianamente l’esigenza di una riforma pro consumatore, del testo unico bancario e delle normative che regolano i rapporti tra due soggetti che non hanno quasi mai il medesimo potere negoziale. Lasciare al giudice ed alle sentenze il regolamento automatico di una serie di relazioni così delicate, può significare generare una serie di variabili interpretazioni normative o peggio ancor un iter omologato di valutazioni (che si basano sempre sul caso precedente ) che non tutelano oggi in maniera sufficiente il consumatore, in barba alla trasparenza bancaria ed a qualsivoglia attenzione verso il risparmio. 

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