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Rapporto Banca – Impresa: necessaria una verifica dei contratti bancari

Posted by: redazione | Posted on: febbraio 10th, 2013 | 0 Comments

 Articolo pubblicato dalla Rivista Fanpage.it  e realizzato da Leonardo Lasala –  Amm. Unico N.D.B.C. srl

Il fenomeno della crisi d’impresa è oggi sempre più ricorrente in costanza delle difficoltà finanziarie del nostro sistema imprenditoriale. Uno stato di default aziendale non coinvolge soltanto le figure interne all’impresa (soci, lavoratori ) ma anche tutto l’ambiente esterno che quotidianamente intrattiene rapporti con la stessa. Una immagine molto efficace in grado di descrivere il fenomeno è quella di un sasso lanciato nell’acqua e dei cerchi concentrici che si allargano in maniera progressiva.

Le motivazioni che decretano uno stato di crisi possono essere differenti : problematiche finanziarie e/o economiche, marginalità minime incapaci di reggere in presenza di mutamenti di mercato, errori strategici del management (assenza di innovazione, scelte imprenditoriali errate), rapporti conflittuali con gli Istituti Bancari. E proprio su questa ultima voce è necessario un approfondimento, essendo la casistica ricorrente in maniera quantomeno paritaria rispetto alle altre variabili del caso.

La prima regola da seguire nella valutazione di uno stato di crisi è la valutazione del fattore tempo. Bisogna infatti distinguere il tempo trascorso dal momento della identificazione del problema dal tempo necessario alla risoluzione della problematica. In questa logica possiamo assistere a due diversi atteggiamenti da parte di un Istituto Bancario, solitamente più dinamico nel richiedere all’imprenditore il rientro degli affidamenti ed estremamente statico nel momento in cui è l’imprenditore a richiedere una correzione di quanto imputato dalla banca in termini di rapporti dare-avere.

E’ bene ricordare che gli articoli 1175 e 1375 del codice civile in tema di correttezza e buona fede , sono applicabili anche al rapporto banca – impresa. E’ possibile dunque affermare che una banca compie un potenziale illecito quando senza avere dato alcun avvertimento o preavviso, chiede al cliente di rientrare sui propri affidamenti. La motivazione è quasi scontata: in assenza di comunicazione precedenti, l’impresa potrebbe essere indotta a ritenere di poter contare sul credito affidatogli. In questo caso l’Istituto Bancario potrebbe essere chiamato in responsabilità per il pregiudizio creato all’impresa. Alcuni esperti in diritto ravvedono una responsabilità anche nei confronti dei terzi con cui l’impresa ha rapporti e che potrebbero dunque ricevere un danno dal comportamento dell’Istituto. Attenzione: ovviamente questa ipotesi è valida nel caso in cui non esista recesso per giusta causa. In tal caso l’Istituto a norma di legge può interrompere il rapporto contrattuale.

La domanda che sorge spontanea alla luce di questa valutazione è: l’imprenditore che entra in uno stato di crisi (lieve o avanzata) non dovrebbe verificare i proprio conti correnti e le spese addebitate dall’Istituto per accertarne la reale fattibilità ? E’ di qualche giorno la notizia secondo cui a Padova , un imprenditore che doveva rientrare di circa 29 mila euro nei confronti di un Istituto Bancario, dopo un’attenta verifica , ha visto emergere un suo credito nei confronti dello stesso Istituto per oltre 500 mila euro.

Come procedere in questi casi ? Il primo passo è considerare il potenziale superamento del tasso soglia da parte degli Istituti verificando dunque attraverso il proprio estratto conto scalare, il rispetto dei parametri trimestrali imposto per legge. Maggiore è il valore delle spese, delle commissioni di disponibilità, degli oneri vari (che vanno a sommarsi al tasso di interesse) , maggiore sarà la possibilità che tale tasso sia stato superato. In tal caso, da un punto di vista civile è previsto il risarcimento di quanto indebitamente trattenuto, mentre da un punto di vista penale vanno ravvisati gli estremi per l’usura. Altro controllo da effettuare è quello relativo al famoso anatocismo bancario, ossia all’applicazione di interessi non soltanto sulla quota capitale, ma anche sugli interessi di fatto già maturati. Anche in questo caso (per tutti i conti ante 2000 ….ma non solo) è possibile valutare quanto addebitato in maniera errata dalle Banche. Spesso ciò che scoraggia gli imprenditori, sono i tempi lunghi della burocrazia. In realtà esiste la possibilità di chiamare gli Istituti di Credito in mediazione, cercando dunque di avvicinare le parti. In alternativa esistono procedimenti normativi con iter molto meno prolissi di quelli ipotizzabili sino a qualche anno fa.

Per le imprese che sono in concordato preventivo o in altre procedure “pre-concorsuali” la questione è ancor più rilevante, potendo rappresentare una sottrazione ai creditori di quanto dovuto. Dunque emerge quasi una responsabilità da parte dell’imprenditore stesso o del liquidatore/responsabile del procedimento di verificare l’idoneo addebito da parte degli Istituti. Ricordiamo che è possibile verificare tutti i conti aperti (dall’apertura) ed i conti chiusi se la verifica non avviene oltre 10 anni dalla chiusura degli stessi (dunque per un conto chiuso nel 2003 è possibile esaminare i conteggi andando indietro negli anni sino all’apertura). Cambia dunque il rapporto banca – impresa. Si instaura una logica che vede due imprese con uguali diritti e doveri che sfata quella sudditanza psicologica nei confronti del grande Istituto tipica del nostro sistema. Verificare i conti non significa attaccare la Banca, ma attestare che quanto imputato sia corretto. Nello stato di crisi si configura quasi una prassi l’attività di verifica e come più di un media ha evidenziato con dati di fatto, la correttezza dei conteggi non è poi così scontata.

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